IL ciclo di seminari organizzati dal Centro Benedetta d’Intino Onlus ha avuto quest’anno come filo conduttore il tema del “ confine” e della difficoltà che i bambini incontrano nello sviluppare ed acquisire una propria identità vivendo in situazioni cosiddette “ limite”.
Cosa si intende per “ vivere sul confine”?
L’espressione di confine definisce il termine, il limite estremo, la frontiera tra un territorio e l’altro.
Il confine demarca e definisce una zona di passaggio, unisce e separa contemporaneamente
Vivere sul confine può riferirsi ad un’ esperienza interna come nel caso delle adozioni ( argomento del III seminario previsto per il 25 settembre), in cui il passaggio dalla famiglia originaria a quella adottiva prevede di soggiornare a lungo in una zona limite dove svolgere pian piano quel lungo lavoro di costruzione e/o ri-costruzione della propria storia e dei legami che la accompagnano.
Ma il confine può essere inteso anche in modo molto concreto come la zona di frontiera tra due territori geograficamente contrapposti.
Ed è proprio in questo ambito che il 21/5 si è svolto l’incontro con il dottor Zvi Fajerman, psicologo clinico, psicoanalista e Direttore del Centro di Servizi Psicologici del Consiglio Regionale Sha’ar HaNegev, in Israele.
Il dottor Fajerman vive e lavora in una zona del mondo che non conosce pace, forse periodi più o meno lunghi di tregua ma non sufficienti a garantire un clima di stabilità e sicurezza.
Il suo istituto infatti sorge nei pressi della striscia di Gaza, territorio che da molti anni è oggetto e al contempo scenario di ripetuti episodi di violenza politica e sociale.
Cosa significa nascere, crescere , vivere e convivere in un territorio dove il confine tra la vita e la morte è così sottile e facilmente valicabile?
Cosa significa per i bambini diventare grandi, imparare a conoscere la realtà e il mondo che li circonda quando il rumore dei missili e degli allarmi scandiscono il ritmo della vita quotidiana?
Che tipo di adolescenti e adulti diventeranno se il tempo dell’infanza e dell’illusione, del gioco e della fantasia deve lasciare rapidamente il passo alla consapevolezza di una realtà imprevedibile e inaffidabile?
Il dottor Fajerman è da molti anni impegnato nello studio e nel lavoro clinico con i bambini e le famiglie vittime degli effetti devastanti e ripetuti della guerra. La guerra infatti rappresenta il più terribile dei traumi e come tale sconvolge a volte in modo irreversibile la capacità di pensare, di ricordare e di dare un significato all’esperienza.
Nella sua esposizione ha sottolineato come sia fondamentale in queste come in tutte le situazioni altamente traumatiche alimentare la capacità di continuare a pensare e di cercare di dare un senso e un significato a ciò che è accaduto, per quanto impensabile possa apparire.
Hanna Arendt in un suo scritto ci dice che: “Il rimedio all’imprevedibiltà della sorte, alla caotica incertezza del futuro è la facoltà di fare e mantenere promesse”.
Ed è su questa necessità che il suo Istituto si adopera incessantemente per fornire e garantire a più livelli ( psicoterapeutico, arteterapeutico, riabilitativo) uno spazio dove fermarsi a pensare e a prendersi cura della sofferenza psichica e del dolore mentale sia dei grandi che dei piccoli affinché le lacerazioni e le ferite provocate dalle esperienze traumatiche possano trovare sollievo.
I bambini descritti da dottor Fajerman sono quelli della terra di Israele, ma possono essere rappresentativi di tutti i bambini e di tutte le mamme, e sono tanti a tutt’oggi nel mondo, costretti a vivere sotto la pressione di eventi devastanti e traumatici che ostacolano e attaccano il diritto alla vita e alla sopravvivenza.
Prendersi cura di essi significa coltivare la fiducia e la speranza nelle capacità riparative dell’essere umano e sono alla base del buon funzionamento di ogni società futura.
Fiamma Buranelli
Medico Psicoterapeuta Psicoanalitico dell’infanzia e dell’adolescenza.


